Il blog dedicato al mondo della tecnologia

Piccola ingenua bambina distratta

Banner

Piccola ingenua bambina distratta. È cosi che mi avrebbero definito se solo fossero arrivati in tempo. L’auto dei carabinieri si fermò sul ciglio della strada. Era l’imbrunire. Ne scesero tre. Sembravano impacciati e non abituati a situazioni del genere. Uno era sulla quarantina, sarà stato il capo, gli altri due poco più grandi di me. Dalle loro facce si intuiva che fosse una delle loro prime volte sul campo. Scesero dall’auto iniziarono ad incamminarsi per il bosco che pian piano si faceva più fitto dietro di loro. E fu cosi che mi trovarono. Piccola ingenua bambina distratta. Trovarono il mio corpo ancora rannicchiato, quasi in posizione fetale, come se volessi ancora proteggermi da un male che ingenuamente credevo di non conoscere. Trovarono il mio corpo praticamente privo di vestiti. La giacca che avevo indossato prima di uscire fu trovata a non più di cinquanta metri. Faceva freddo. Eppure guardando li il mio corpo nudo ed inerme non potettero non chiedersi il perché fossi vestita in modo così leggero. Uno dei tre, forse il più giovane, andò a prendere una coperta con la quale mi coprirono in attesa di un’ambulanza. Piccola ingenua bambina distratta. Sul mio corpo avrebbero ben presto notato leggere ecchimosi e lividi, segno evidente di violenze ripetute e reiterate. Uno di loro esclamò che si trattava di violenza sessuale. I rilievi della scientifica del giorno dopo gli avrebbero dato torto. Ma sapere cosa fosse davvero successo solo io avrei potuto dirlo, io che qui fissandoli dritti negli occhi avrei sperato che fossero arrivati prima. Io che li guardo. Io che resto li immobile. Io che sono morta. Il sole iniziò a scendere lentamente come se anche lui impietosito dalla storia volesse dar loro più tempo per portarmi via da li. Via da quello che sarebbe stato l’ultimo luogo ad avermi vista ancora viva. Se avessi potuto dire qualcosa magari li avrei ringraziati. Anche se sono arrivati in ritardo. Anche se non hanno potuto fare nulla per me. Ringraziarli. Sono i loro sguardi colmi di compassionevole perdono che si chiedono cosa mi abbia condotto ad una fine tanto ingloriosa a colpirmi. Piccola ingenua bambina distratta. Solo questo potrebbero dire se conoscessero la mia storia. Di me, della mia ingenuità, del mio volermi sentire a forza di cose grande. Lontano da un’età che avrei voluto non mi appartenesse. Per molte è lo stesso. Per sentirsi grandi ci si rapporta con i grandi. Quello che avrei imparato a mie spese. Era l’età in cui si dovrebbe essere solo figli di amori distratti. Non era quello che volevo. Per questo decisi di uscirci. Con colui che sarebbe diventato il mio aguzzino. Il mio carnefice. Lo conobbi in una chat della mia città. Mi sembrò subito diverso. Meno banale. La stessa non banalità che avrei imparato a mie spese aver i contorni della fredda premeditazione. Era simpatico. O almeno così sembrava. Mi disse di aver trentadue anni. Forse mi aveva mentito o forse no. Non ci diedi molta importanza. Era la novità a contare. La voglia di sentirsi più grandi di quello che si è. Di poterlo raccontare alle amiche. Di essere dolcemente invidiata da loro. Per una volta sarei stata io quella adulta. Avrei mostrato alle altre cosa voleva dire amare. Sarei stata invidiata. Amata. Forse persino imitata. Mi piaceva l’idea. Ed è per questo che accettai il suo invito. Avrebbe dovuto essere un semplice incontro. Di giorno. In mezzo alla gente. Sarei stata al sicuro. Piccola ingenua bambina distratta. Ci incontrammo e subito mi piacque. Si vedeva che era adulto. Mi piaceva. Restai per quasi tutto il tempo ad ascoltarlo in religioso silenzio. Aveva tante cose da dire. Mi piaceva. Fin ora ero stata sempre abituata alle solite chiacchiere di banali ragazzini fatte per lo più per attirare attenzione. Non mi sembrò quello il caso. E quando mi decidevo a dir qualcosa sembrava davvero volermi ascoltare. Come se non stesse solo aspettando il suo turno per parlare. Mi piaceva. Aveva i lineamenti gentili come gli uomini nelle foto di altri tempi. Nel suo sguardo un misto di insicurezza e spavalderia. Mi piaceva. Tutte caratteristiche che sarebbero state la mia rovina. È quando si vuole disperatamente piacere agli altri che si commettono i peggiori errori. Mi chiese se volessi andar a fare un giro. Accettai. Piccola ingenua bambina distratta. Era così dolce e protettivo, pensai che non avrebbe mai potuto farmi del male, accettai. Il giro durò poco, avevo capito che girare in auto senza meta non era il suo desidero. Anche questo mi piaceva. Mi considerava un’adulta. Pronta per azioni da adulta. Una vita da adulta. L’amore. Il sesso. Mi piaceva. Parcheggiammo l’auto e iniziammo a camminare. Non mi importava dove andassimo. Ci ritrovammo in mezzo ad un piccolo bosco senza che neanche me ne rendessi conto. Ma era pomeriggio, si stava bene, lui mi piaceva. Non avevo nulla da temere. Fu quello il momento in cui iniziò a baciarmi. Mi prese quasi di sprovvista. Non opposi resistenza. Ero anche io a volerlo. Cercai di sembrare quanto meno impacciata possibile. Fin ora mi ero limitata a baciare dei ragazzini, non volevo che se ne accorgesse. La sua lingua girava vorticosa e frenetica dentro la mia bocca. Una sensazione mai provata. Eccitazione. Voglia. Desiderio. Iniziai a non pensare a nulla. Poi d’un tratto non lo sentii più. Apri gli occhi e lo vidi. Di fronte a me, immobile. Chiesi se avessi fatto qualcosa di male. Non mi rispose. Mi avvicinai. Mi respinse. Da quel momento non avrebbe detto più nulla mentre io cercavo di capire se avessi fatto qualcosa di male. Fu in quel momento che mi colpì per la prima volta. Un pugno allo stomaco. Non ebbi neanche il tempo di dire perché. Poi un altro. Alle gambe. Un altro ancora in pieno volto. Così in un misto tra urla e pianto mi raggomitolai su me stessa cercando di proteggermi. Servì a poco. Continuò a picchiarmi fino a che non si accorse che fossi morta. Tutto questo le forze dell’ordine non lo sapranno mai. Continueranno a guardare il corpo di una ragazzina sperando di trovare dalla scientifica le verità del caso che non capiranno mai. Sarei rimasta una delle tante vittime dal carnefice sconosciuto. Molti avrebbero pianto per me. Molti altri di me si sarebbero dimenticata presto. La vita continuava a scorrere nonostante tutto. La mia sarebbe stata solo l’ennesima morte con cui aprire un telegiornale. Non c’è nulla di cui stupirsi. Fanno notizia le bambine distratte.

Potrebbero interessarti anche questi altri articoli:

  1. C’era un tempo
  2. Google – un video per ricordare gli inizi
Banner
Scritto da il 03.05.2011 alle 19:32
Tags:
 

Scrivi il tuo commento...