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“Berlusconi is not speaking in my name” la protesta italiana viaggia sulla bacheca di Obama

Non potevano non avere quell’inevitabile strascico di polemiche misto ad indignazione a cui il popolo di internet non è mai rimasto estraneo. Ieri in occasione del g8 in Francia Berlusconi non si è lasciato scappare l’occasione per rilasciare una dichiarazione secondo cui l’Italia “una dittatura dei giudici di sinistra“ al presidente degli Stati Uniti Barak Obama. Dichiarazione che considerando l’ufficialità del momento in breve tempo ha fatto il giro del mondo. Testate giornalistiche. Blogger. Qualsiasi sistema di informazione. Tutti hanno riportato con celerità la notizia tra lo sconforto e la presa di posizione contraria. In tutto ciò non sono mancati centinaia, migliaia di messaggi sui maggiori social network, Facebook fra tutti, per protestare verso una presa di posizione del presidente del consiglio italiano che giudicare inaccettabile sarebbe un eufemismo. In particolare molti utenti italiani hanno deciso di postare direttamente sulla bacheca pubblica di Obama su Facebook lo sdegno nei confronti di un presidente del consiglio nel quale non si riconoscono per nulla. “I’m sorry Mr president, I’m italian and Mr Berlusconi is not speaking in my name” il tono dei messaggi è semplice e diretto, non lascia nulla alle interpretazioni, ed è proprio questo che si augurano migliaia di internauti per consolidare e far arrivare un messaggio che sperano abbia la più alta cassa di risonanza possibile. E in questo non c’è luogo migliore che postarlo sulla bacheca dell’uomo più potente del mondo. Non una protesta, ma un’affermazione contraria per far capire al resto del mondo che in parte lo ignora o non se ne preoccupa come ci siano milioni di italiani che non si riconoscono per nulla nei capisaldi del pensiero berlusconiano e anzi cercano con ostinazione di discossarsene quanto più possibile.

Il governo Obama contro la censura cinese

19 milioni di dollari. E’ questa la cifra che il governo statunitense è pronto ad investire per cercare di eludere il firewall cinese che quotidianamente censura sul web qualunque tipo di informazione che possa essere considerata pericolosa e sconveniente per il governo di Pechino. Il sistema di censura cinese è considerato attualmente il più difficile da attaccare e quello che attua la cesura nel modo più restrittivo possibile. Basti pensare che qualsiasi tipo di parola considerata sconveniente dal governo sarà resa inaccessibile. Gli esempi più lampanti si avvertono digitando parole quali “tibet” o “dalai lama”. Un sistema atto ad evitare qualsiasi tipo di protesta. E’ questo il firewall imposto dal governo cinese che è consapevole come i malumori, specialmente quelli legati all’ambito politico, possano avere linfa fertile attraverso la rete. Come ci è stato insegnato dalle recenti ribbellioni nei paesi nordafricani. Una censura quella della Cina che il governo americano ha giudicato inaccettabile. E proprio da questo nasce la proposta di investire 30 milioni di dollari per garantire la libertà su internet, di cui 19, come già scritto, per scoprire il modo esatto per eludere il firewall cinese. La tecnologia che si propone di usare sarà atta a raggirare i sistemi di sicurezza cinesi cercando di reindirizzare i siti bloccati attraverso il supporto di mail o su siti non ancora posti sotto il visto della censura. L’amministrazione Obama inoltre ha come altro obiettivo sensibile quello di tutelare l’economia digitale, settore in continua espansione, specialmente negli USA, e rafforzare la sicurezza nel web, tali da permettere a sempre più persone di navigare in tutta tranquillità.

Obama su Facebook – il gran giorno

Si è tenuta ieri l’attesa conferenza di Obama in live streaming su Facebook. Un fiume di domande rivolte al presidente americano per lo più riguardante i temi economici e lavorativi, quelli che più stanno a cuore al pubblico giovane di Facebook e su cui punta molto l’attuale presidente americano per la prossima campagna presidenziale del 2012. Ma chi si aspettava domande scomode sarà rimasto deluso. Infatti ogni singola domanda posta ad Obama è stata prima filtrata dai suoi responsabili di comunicazione prima di essergli posta, evitando quindi spiavevoli o imbarazzanti siparietti. Moderatore dell’evento per l’eccezione il CEO e fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, che ne ha approfittato anche per donare una felpa con il logo dell’azienda al presidente. Insomma al di là dei buoni propositi un evento che ha giovato sia alla compagnia che all’establishment presidenziale.