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Insicurezze virtuali

Lontano da amori farlocchi
presi e poi gettati via
al stagional cambio d’umore
restava li con mano tesa
sicur solo di catartica certezza,
violenta apatica ossessione
di ciò che irreale si palesa
agli occhi di chi ignaro
ne ignora l’indolente beltà.
Stanchezza si mostrava imperiosa
matrona ed amante del tempo,
attimi solo come lunghi passi
in balia di continue false accettazioni.

Facebook è una ragazza brutta

Non c’è un modo giusto per affrontare il discorso. E probabilmente è fin troppo pretenzioso da parte mia cercar di veicolare, seppure in maniera quantomeno superficiale, gli usi e le abitudini sociali di una larga fetta di ventenni usando l’approccio del virtuale come l’ideale filo conduttore di un modo di intendere la socialità, che si spera fuoriesca dalla solita, e fin troppo abusata, retorica da psicologi dell’ultim’ora. Ingenuamente si può pensar che affrontare un discorso riguardo un fenomeno o quant’altro che non si conosce sia fin troppo complicato e non portare a nessuna risposta che possa apparir quantomeno vagamente esaustiva. Io la penso diversamente. La vedo più come una posizione privilegiata. Libera dal soggettivo. Guardare qualcosa dal di fuori, oggettivizzarla, senza il timore che facendone parte qualsiasi parere sia minato da logiche inconsce autoindulgenti. Ed è questo il mio rapportarmi al fenomeno Facebook. Non essendomi mai iscritto per le più svariate ragioni forse riuscirei ad analizzarlo meglio di chi ci passa molte ore al giorno. Se dovessi aprioristicamente definire Facebook in modo riassuntivo lo paragonerei ad una donna brutta con la quale si è fatto sesso. Metafora che inizialmente potrà far storcere il naso ai più anche perchè non ne noteranno l’immediato significato. Mi spiego meglio. Sarà capitato a molti di aver avuto rapporti sessuali con una persona, maschio o femmina non fa alcuna differenza, verso cui non si aveva la ben che minima stima intellettuale, nè si provava una discreta attrazione sessuale. Una persona brutta e stupida, tanto per intenderci. Eppure con questa persona si è fatto sesso. I motivi possono essere molteplici. Dall’ubriacatura della serata al disperato bisogno di attenzioni fisiche. Lungi da me giudicare, anche perchè non è questa la sede. Il punto è che si è fatto sesso, un appagamento fisico di cui anche inconsapevolmente ci si vergogna. Nessuno vorrebbe che si sappia in giro che si è fatto sesso con una persona esteticamente poco gradevole. Fa parte della logica del branco. Ed è per questo che si tenderà a nascondere l’accaduto. A non farne parola. A sviarne l’attenzione. E questa è la stessa cosa che succede anche con Facebook. Con le dovute differenze e modalità. Perchè tutti quelli che passano le loro giornate su Facebook sono gli stessi che useranno tale affermazione come una sorta di discolpa non rischiesta “io lascio il pc acceso, non sto sempre su facebook” quante volte l’avrete sentita, quante volte voi stessi l’avrete detta per non dare agli altri l’impressione di chi passi ossessivamente il suo tempo davanti uno schermo per rincorrere con ostinazione una socialità che ci si illude possa essere reale. Niente di più, niente di meno che una brutta ragazza. E’ questo Facebook per tutti coloro che ci trascorreranno ore ma che al tempo stesso si vergogneranno di quelle ore trascorse. E’ il timore di essere additati come sfigati da chat che li rende schiavi di una menzogna. Lo stesso timore che fa si che siano li, in attenzione continua verso questa o quell’altra bacheca di qualcuno che a stento si conosce e le cui sembianze sono tali solo attraverso una foto. Vergogna è la parola d’ordine per intuire in che modo i più si rapportino con il social network. Una vergogna alla quale non ci si può far a meno. Come una droga dettata da una voglia di cui ci si conoscono i rischi ma alla quale non ci si può sottrarre. Riguardo questo se ne sono sentiti fin troppi di pareri pseudo-paternalistici da parte di questo o di quello psicologo di turno. Tanto si sa già quello che avrebbero da dire. Fa male. Crea una visione distorta della realtà. Queste e altre cazzate buoniste di cui è pieno qualsiasi libro cuore. Per questo eviterò di scriverle, anche perché non potrebbe importarmene di meno, però una riflessione su questo credo vada fatta. Quasi d’obbligo. Le stesse persone che trascorrono ore su ore su Facebook magari sono le stesse che diranno qualcosa tipo “non ho mai un po’ di tempo libero” allora, fermiamoci un attimo e chiediamoci, se tutto il tempo speso su Facebook fosse impiegato per leggere, per guardare film culturalmente validi, per socializzare nella vita vera, per fare una decente attività sportiva, tutto questo non farebbe di voi delle persone migliori? La risposta è fin troppo ovvia. Proprio come il sesso con la ragazza brutta. Lo si fa perchè è semplice. Non c’è bisogno di un vero corteggiamento. E’ li, non fa tante domande, è disponibile, come Facebook. Ma allora verrebbe da chiedersi se si evitasse la ragazza brutta che in fondo non interessa, se si imparasse a conoscere quello che si ama davvero, questo ci renderebbe diversi? Saremmo più felici? Domande che non avranno mai una risposta sincera.

Piccola ingenua bambina distratta

Piccola ingenua bambina distratta. È cosi che mi avrebbero definito se solo fossero arrivati in tempo. L’auto dei carabinieri si fermò sul ciglio della strada. Era l’imbrunire. Ne scesero tre. Sembravano impacciati e non abituati a situazioni del genere. Uno era sulla quarantina, sarà stato il capo, gli altri due poco più grandi di me. Dalle loro facce si intuiva che fosse una delle loro prime volte sul campo. Scesero dall’auto iniziarono ad incamminarsi per il bosco che pian piano si faceva più fitto dietro di loro. E fu cosi che mi trovarono. Piccola ingenua bambina distratta. Trovarono il mio corpo ancora rannicchiato, quasi in posizione fetale, come se volessi ancora proteggermi da un male che ingenuamente credevo di non conoscere. Trovarono il mio corpo praticamente privo di vestiti. La giacca che avevo indossato prima di uscire fu trovata a non più di cinquanta metri. Faceva freddo. Eppure guardando li il mio corpo nudo ed inerme non potettero non chiedersi il perché fossi vestita in modo così leggero. Uno dei tre, forse il più giovane, andò a prendere una coperta con la quale mi coprirono in attesa di un’ambulanza. Piccola ingenua bambina distratta. Sul mio corpo avrebbero ben presto notato leggere ecchimosi e lividi, segno evidente di violenze ripetute e reiterate. Uno di loro esclamò che si trattava di violenza sessuale. I rilievi della scientifica del giorno dopo gli avrebbero dato torto. Ma sapere cosa fosse davvero successo solo io avrei potuto dirlo, io che qui fissandoli dritti negli occhi avrei sperato che fossero arrivati prima. Io che li guardo. Io che resto li immobile. Io che sono morta. Il sole iniziò a scendere lentamente come se anche lui impietosito dalla storia volesse dar loro più tempo per portarmi via da li. Via da quello che sarebbe stato l’ultimo luogo ad avermi vista ancora viva. Se avessi potuto dire qualcosa magari li avrei ringraziati. Anche se sono arrivati in ritardo. Anche se non hanno potuto fare nulla per me. Ringraziarli. Sono i loro sguardi colmi di compassionevole perdono che si chiedono cosa mi abbia condotto ad una fine tanto ingloriosa a colpirmi. Piccola ingenua bambina distratta. Solo questo potrebbero dire se conoscessero la mia storia. Di me, della mia ingenuità, del mio volermi sentire a forza di cose grande. Lontano da un’età che avrei voluto non mi appartenesse. Per molte è lo stesso. Per sentirsi grandi ci si rapporta con i grandi. Quello che avrei imparato a mie spese. Era l’età in cui si dovrebbe essere solo figli di amori distratti. Non era quello che volevo. Per questo decisi di uscirci. Con colui che sarebbe diventato il mio aguzzino. Il mio carnefice. Lo conobbi in una chat della mia città. Mi sembrò subito diverso. Meno banale. La stessa non banalità che avrei imparato a mie spese aver i contorni della fredda premeditazione. Era simpatico. O almeno così sembrava. Mi disse di aver trentadue anni. Forse mi aveva mentito o forse no. Non ci diedi molta importanza. Era la novità a contare. La voglia di sentirsi più grandi di quello che si è. Di poterlo raccontare alle amiche. Di essere dolcemente invidiata da loro. Per una volta sarei stata io quella adulta. Avrei mostrato alle altre cosa voleva dire amare. Sarei stata invidiata. Amata. Forse persino imitata. Mi piaceva l’idea. Ed è per questo che accettai il suo invito. Avrebbe dovuto essere un semplice incontro. Di giorno. In mezzo alla gente. Sarei stata al sicuro. Piccola ingenua bambina distratta. Ci incontrammo e subito mi piacque. Si vedeva che era adulto. Mi piaceva. Restai per quasi tutto il tempo ad ascoltarlo in religioso silenzio. Aveva tante cose da dire. Mi piaceva. Fin ora ero stata sempre abituata alle solite chiacchiere di banali ragazzini fatte per lo più per attirare attenzione. Non mi sembrò quello il caso. E quando mi decidevo a dir qualcosa sembrava davvero volermi ascoltare. Come se non stesse solo aspettando il suo turno per parlare. Mi piaceva. Aveva i lineamenti gentili come gli uomini nelle foto di altri tempi. Nel suo sguardo un misto di insicurezza e spavalderia. Mi piaceva. Tutte caratteristiche che sarebbero state la mia rovina. È quando si vuole disperatamente piacere agli altri che si commettono i peggiori errori. Mi chiese se volessi andar a fare un giro. Accettai. Piccola ingenua bambina distratta. Era così dolce e protettivo, pensai che non avrebbe mai potuto farmi del male, accettai. Il giro durò poco, avevo capito che girare in auto senza meta non era il suo desidero. Anche questo mi piaceva. Mi considerava un’adulta. Pronta per azioni da adulta. Una vita da adulta. L’amore. Il sesso. Mi piaceva. Parcheggiammo l’auto e iniziammo a camminare. Non mi importava dove andassimo. Ci ritrovammo in mezzo ad un piccolo bosco senza che neanche me ne rendessi conto. Ma era pomeriggio, si stava bene, lui mi piaceva. Non avevo nulla da temere. Fu quello il momento in cui iniziò a baciarmi. Mi prese quasi di sprovvista. Non opposi resistenza. Ero anche io a volerlo. Cercai di sembrare quanto meno impacciata possibile. Fin ora mi ero limitata a baciare dei ragazzini, non volevo che se ne accorgesse. La sua lingua girava vorticosa e frenetica dentro la mia bocca. Una sensazione mai provata. Eccitazione. Voglia. Desiderio. Iniziai a non pensare a nulla. Poi d’un tratto non lo sentii più. Apri gli occhi e lo vidi. Di fronte a me, immobile. Chiesi se avessi fatto qualcosa di male. Non mi rispose. Mi avvicinai. Mi respinse. Da quel momento non avrebbe detto più nulla mentre io cercavo di capire se avessi fatto qualcosa di male. Fu in quel momento che mi colpì per la prima volta. Un pugno allo stomaco. Non ebbi neanche il tempo di dire perché. Poi un altro. Alle gambe. Un altro ancora in pieno volto. Così in un misto tra urla e pianto mi raggomitolai su me stessa cercando di proteggermi. Servì a poco. Continuò a picchiarmi fino a che non si accorse che fossi morta. Tutto questo le forze dell’ordine non lo sapranno mai. Continueranno a guardare il corpo di una ragazzina sperando di trovare dalla scientifica le verità del caso che non capiranno mai. Sarei rimasta una delle tante vittime dal carnefice sconosciuto. Molti avrebbero pianto per me. Molti altri di me si sarebbero dimenticata presto. La vita continuava a scorrere nonostante tutto. La mia sarebbe stata solo l’ennesima morte con cui aprire un telegiornale. Non c’è nulla di cui stupirsi. Fanno notizia le bambine distratte.

Spazi bianchi di non vita

Schermo è la cornice di vita apatica,
circonda ciò a cui diedi fin troppo valore,
vicino appariva il sentore di vite distratte
da anime di protagonismo voraci mai sazie,
vuote a perdersi nel tempo che virtuale
giaceva in reale come me e l’altra me.
Stupida voglia di apparir migliore impregnava
le giornate trascorse in nulla violenti,
come figli nati morti, stelle prive di luce
o semplici donne in attesa di uomini irreali.
Voglia di null’altro circonda le dita stanche
di muta comunicazione, incauta nella sua sicurezza,
strumento che di amor pensavo apostolo fidato
con ingenua fiducia, per pochi spiccioli
gettata via per venal compiacimento di sè.
Sola ne resta il rammarico di vita insorta
e poi buttata invano a ricercar parole,
ansie, attese, patimenti, finti apprezzamenti,
vuoto restava ancora di me incolume il sapore,
nessun altro rumore, solo io che fuggo immobile.

Elemosinatori di scopate virtuali

Di sicuro ne conoscete a centinaia. Se siete donne e se avete Facebook sapete già a cosa mi stia riferendo. Sono i morti di figa da chat. Una di quelle piaghe sociali che solo gli illusi ottimisti pensano di poter debellare. Ma non ti preoccupare, per tutte le donne è cosi. Devi solo imparare a conviverci. O a rassegnarti. Ma detto da una come me che ha fatto dell’apparire frigida una filosofia di vita non so se sia la migliore delle cose. Al giorno d’oggi è così, se sei un tantino intelligente lo capisci. Se non ridi a squallide battute da bar per camionisti sei classificata in automatico come stronza snob illusa. Un appellativo che ti daranno tutti quelli a cui non darai la ben che minima possibilità di farti scopare. Perché che tu lo voglia o meno è cosi. Solo quello conta. E su Facebook più che mai. Questo lo sanno già le ragazze che sono fidanzate. Nessuno vuole chattare con una fidanzata. Se non si ha la possibilità di scoparsela inutile chattarci. Questo è il triste monito che attende tutte coloro che su un social network si illudono di migliorare la loro vita sociale da fidanzate. Per le altre il discorso è più complesso. Ma non c’è bisogno neanche che ve lo dica. Lo vedete voi stesse. Entrate in chat ed eccoli. In fila con le loro inutili banalità pronti a sembrar simpatici per di entrare nelle vostre grazie. Come stai bella, ti stavo pensando, quando sei libera. Queste ed altre ovvietà a cui ben presto farete il callo nella speranza che ci sia di meglio. Meglio che forse non otterrete mai. È un continuo fiume di pettegolezzi che vi aspetta. Informazioni su cose e persone di cui non vi interessa ma a cui darete la massima attenzione. Tutto per la socialità. L’unico ordine che conta. Se non sei sociale non sei nulla e quindi al diavolo l’orgoglio, il proprio modo di vedere la vita, i valori, al diavolo tutto, quel che conta è sembrare simpatici. E al diavolo anche il non essersi mai considerati simpatici. Del resto chi non pensa di essere simpatico? Nessuno. Viva i simpatici, quelli che dietro le loro risate pensano solo al modo più veloce per scoparti. Un posto appartato. Una scusa buona dopo. Tutto è programmato. Programmato per l’unica cosa che conta. Scopare. È la socialità che te lo impone. La stessa socialità di cui una donna che possa esser definita tale si è rotta il cazzo. Si rischia anche di sembrar petulanti ma poco conta a dispetto di tutti quei falsi sorrisi a cui sei stata disposta a prostrarti. Sorridi per gli amici. Sorridi per quelli ce ti vogliono scopare. Sorridi per tutti. Ed è cosi che il sorriso diventa la metafora stessa del tuo non sentirti appagata come donna dalla tua vita sociale. E lo capisci guardando la tua bacheca degli amici. I nomi si mischiano. Nomi, cognomi senza alcuna importanza. Gente di cui non ricordi nulla e che si rivolge a te come se foste cresciuti insieme. Ipocrisia. Opportunismo. Disperata voglia di scopare. Questo li spinge a quei continui e ripetuti complimenti a cui tu donna non hai bisogno. Sei bellissima. Sei stupenda. Amore. Tesoro. Vita mia. Aggettivi senza senso dettati solo da continui appagamenti corporali. Scopate. Chiavate. Trombate. Sesso. Tutto per quello. Tempo speso con te ignorando tutto di te. Chiacchiere superficiali. Battute forzate. Risa tra i denti. Tutto pur di elemosinare una scopata. Orgogli di uomini messi sotto i piedi, cancellati, forse mai esistiti. E tutto per scopare. Ci sono donne che l’hanno accettato. La definiscono una voglia naturale. Altre ancora la considerano una chiara mancanza di rispetto. Per me è solo la disperata voglia di sentirsi migliori. Il numero, la quantità, è questo che conta, null’altro per sancire al mondo il proprio valore di uomini. E poi ci sei tu che tornando a casa dopo la scopata che pensi di aver voluto resti sola a guardarti allo specchio. Forte vuoi apparire, emancipata, moderna, eppure la fragilità non ti ha mai abbandonato. la ritrovi li ogni notte, quando sola in stanza trovi il tempo di pensare, lo fai e non vorresti, stringi il cuscino e vorresti solo non esser cosi desiderosa di affetto. Poi ti riprometti che non succederà più, perché ti piace fare la vittima. E’ più facile dire che sono tutti stronzi piuttosto che sembrare fragile, piuttosto che sembrare facile. Ed è quello il momento in cui capisci di non essere diversa da tutti quelli che critichi. Tutti elemosinano scopate. Anche tu.

C’era un tempo

C’era un tempo in cui per conoscere una persona la guardavi negli occhi,
era semplice, forse anche scontato al limite della banale retorica,
ma guardandola capivi, o almeno ti sforzavi di farlo, un sorriso, un’occhiata,
le labbra di lei muoversi veloci, le parole, gli attimi, la sua vita raccontata,
era tutto così semplice, anche banale, ti piaceva.
Era un tempo in cui ascoltare aveva ancora il sapore della piacevole attesa,
la guardavi, ti guardava e altro non c’era ad interrompere ciò che ora neanche
ti ricordi più cosa sia, vittima e carnefice di foto a cui tu stesso dai
la melliflua importanza che non dovrebbero avere. Eccole li, le vedi, ordinate eppur
cosi false, di te raccontano il meglio, ciò che invero non ti appartiene
ma ti sforzerai ugualmente di essere, una menzogna, l’altro di te, quello che
nel virtuale troverà vera ragion d’essere, a discapito degli altri, di tutto,
a discapito di te stesso in balia ormai di bianco schermo e fredda plastica,
oggetti, cose, cose come persone, persone come nomi scritti anonimi sul video,
illusione di socialità, amicizia virtuale, tempo a perdere, luoghi non luoghi
a divenir case in cui non abiti, ora è questo che c’è, lontano dai ricordi,
lontano da te, lontano da un passato che a stento cerchi di dimenticare,
pensavi sarebbe stato meglio, ti sei illuso che ciò che sembrava giusto per
molti potesse esserlo anche per te, illusione, antica nemica, frigida madre,
e poi di colpo la luce, consapevolezza, realtà, perdono, semplice non curanza.
C’era un tempo in cui sapevi essere felice. Devi solo ricordartene.

Sogni di Silicio

Che da speme infranta
in oltraggiosi gorgoglii
l’anima si affanna gravida
di false ovvietà virtuali.

Si mostrano al tempo ordinate
figlie di incauti contenuti
a banchettar ingordi con i valori
di cui un tempo si mostrava sostenitrice.

Lacrime rivalse su di un viso
che del reale solo di copia appare
lontano da quel sorridente volto
che era lei su di bianco schermo.

Vuote a perdere le ore distratte
di finestre colme soltano pagine
violenta l’apatia di ciò che non era
accanto a quel che di sè voleva amassero.

Confessioni scontate di un morto di figa

Lo stile di scrittura del seguente monologo teatrale non riflette l’eleganza linguistica dell’autore ma si rifà espressamente all’avanguardia del nuovo teatro napoletano caratterizzato da un uso di un italiano popolare e scarno intervallato da espressioni volutamente gergo dialettali. Colgo l’occasione per scusarmi con la buon anima di Edoardo De Filippo.

Confessioni scontate di un morto di figa

Si alza il sipario – una luce illumina l’unica figura presente in scena

“Diciamocela sta cazzo di verità. Evitiamo di dire stronzate, almeno tra di noi, tanto di stronzate ne abbiamo dette e sentite tante, una più una meno non ci cambiano la vita. Il fondo sto caspito di Feisbuk ce lo siamo fatti tutti per lo stesso motivo. Per scopare. E per cos’altro? Ma davvero vi credete che alla gente importi sul serio quello che ascoltate? Chi se ne fotte di quatto minchiate scritte solo per dimostrare di esserci. Sappiamo tutti come vanno ste cose. Una cosa ce l’hanno tutti quindi uno deve farsela. Se state pensando alla dittatura non è così sbagliato. Ma dopotutto sta dittatura non è che poi ci dispiaccia più di tanto. Un po’ come quelli sotto il fascismo. Ve li ricordate? Non mi sembra che la prendessero così a male quando Mussolini gli levava le libertà fondamentali. Dite che erano stupidi? Perché scusate noi che stiamo ore su sto cazzo di sito che siamo? No, sul serio, spiegatemelo, forse sarò io che sono scemo, ma su spiegatemelo. Vi cambia qualcosa sapere che una tizia con cui avete fatto le elementari e che si è scopata il mondo intero tranne voi ora si è finalmente lasciata? La stessa tizia che vi darà l’ennesimo palo perché a suo dire vi vuole troppo bene per ferirvi? Anche se probabilmente voi da lei non volete sto cazzo di bene. Bene poi, ne parlano tutti a sproposito di sto bene, ma voi lo avete visto, sapete di che è fatto, è buono? Serve a qualcosa? Oppure ci si riempie la bocca sperando di sembrare simpatici agli occhi di gente di cui manco ci ricordiamo i nomi. Eh si, la gente, si farebbe di tutto per la gente, per piacere alla gente, ma che vuole sta gente che nascosta dietro al loro inutile velo di ipocrisia mi giudica. E poi manco giudica me, perché chi cazzo li ha mai visti per giudicarli, giudicano foto e altre stronzate cosi, sempre su sto sito, a cui anche io sono costretto andarci. Vittima del cazzo. Eh si, ditelo, avanti, è quella la parola che state pensando. Mò questo vuole fare la vittima del cazzo per farsi compatire. Magari si trova anche figa cosi. Magari l’avete pensato, tra una pugnetta ed un’altra è questo che si fa, pensare. È sbagliato ma lo fate. Fa male ma lo fate. È per questo che lo fate il meno possibile. Io ogni tanto invece ci penso a pensare. Poi mi accorgo che manco penso ad un cazzo e quindi evito. Se ci pensate è evitare il verbo giusto per tutto. Evitiamo tutto e lo spacciamo per vita. Ed è per questo che ci consoliamo nella non vita. In questo cazzo di virtuale che sembra essere arrivato li bello bello per risolvere i problemi a tutti. Ma poi quali sono sti problemi? Gli amici? La figa? No, perché per la figa non ti risolve un cazzo, quello eri e quello resti. Non è che se ti metti in bella mostra mezzo nudo nel bagno come un coglione appeso sembri più affascinante. No, se fai così le donne non ti vogliono scopare. Non è che sei il nuovo Braddo Pitto in carrozzella. E manco se dici loro belle parole. Si vabbè quelle, ci siamo capiti. Amore, bellissima, stella, ste stronzate qui che facevano pietà pure a mia nonna durante la guerra. Tanto ad essere un poeta non lo sei. E tre, quattro frasi da cioccolatino non cambiano la questione. Quindi sta cazzo di chat a cui ti sei iscritto solo per scopare pigliala come la devi pigliare. Magari ti direi di pigliarla nel culo, ma sono stanco anche per battute di così bassa lega. Renditene conto. Solo questo c’è da dire. Se sei sfigato, sfigato ci resti, non fingere, tanto che te ne fotte, tra un paio di anni ti sarai trovato un lavoro di merda e sposato una lardosa che manco sotto tortura ti viene voglia di scopare. Quindi sai che ti dico? Statte sereno, sciolto, fottitene, che tanto c’è sempre chi sta peggio di te. Poi magari potresti fare peggio. Tipo stare a sentire ste quattro cretinate che ti sto a dire, si a te, a te che sei il pubblico. Stai a sentire e pensi se questo qui sia più sfigato di te o sia solo uno a cui piace fare filosofia da quattro soldi. Forse tutte, forse nessuna. Forse hai solo bisogno di un appiglio per evitare di sentirti solo. La gente prima andava da sti cazzo di strizzacervelli. Ora va su Feisbuk. Trovatele voi le differenze. Siete voi quelli intelligenti”.

Cala il sipario – applausi

Confessioni scontate di un morto di figa cosa ne pensi?

Non chiamatela dipendenza

Avrebbe potuto e voluto farne a meno. Eppure eccolo ancora li. Lo schermo del computer illuminava a malapena la stanza in cui a stento si intravedevano le linee dell’arredamento. Lui era li, seduto alla sua scrivania, il volto come al solito rivolto allo schermo. Come in attesa di qualcosa che tardava ad arrivare. Sulla pagina aperta si intervallavano costanti frasi e nomi. Ma sembrava non darne importanza. Tra i nomi si stagliava impietosa una scritta. Facebook. Il sito a cui consapevolmente o meno aveva donato molte delle sue ore. La stessa consapevolezza che gli impediva di abbandonarlo. Aveva diciannove anni e gli sembrava di non aver vissuto abbastanza. Una di quelle sensazioni che sembrava appartenere alla gran parte dei suoi coetanei, semmai si fosse limitato a chiederlo. Ma il parlare gli sembrava sopravvalutato. Che senso poteva avere chiedere a qualcuno qualcosa quando di lui potevi sapere tutto leggendo la sua bacheca. Allora gli pareva la scelta più ovvia. Quella più sicura. E probabilmente quella più indolore. Si era così assuefatto a quel modo di intendere le relazioni sociali che anche volendo non avrebbe saputo cosa cambiare. Quando qualcosa prende piede nella tua vita in modo così intimo e profondo abbandonarla diventa impossibile. Come un cancro. Sarebbero state queste le sue parole se solo lo avesse capito in tempo. Ma era ancora li, davanti al suo schermo in attesa di commentare l’ennesimo video di qualcuno che nella sua lista risultava come amico ma che di amico non aveva neanche i contorni sfumati. Una costatazione a cui non aveva mai fatto caso. Quando il tuo unico desiderio è un indiscriminato aumento della popolarità sociale è inevitabile perdere di vista ciò che vuoi davvero. Gli amici sul sito erano milleduecentotrentadue. Un numero che non voleva dire nulla. Se si fosse fermato a pensare forse l’avrebbe capito, ma non quel giorno. Contattava alcune ragazze. Alcune gli rispondevano, altre no. Erano sempre le meno carine a dargli importanza. La legge della giungla applicata alla vita sociale. Non il più forte che mangia il più debole. È il più bello che annienta il più brutto. Verità che aveva sempre negato per paura di sentirsi peggiore di quello che era. Come tutti del resto.
Per questo preferiva come molti vivere nel suo mondo. Nel suo mondo no, non poteva farsi male. Li era tutto perfetto, gli amici erano amici, i commenti divertenti, il tempo ben speso. False verità a cui si era piacevolmente assuefatto. Seduto sulla sua sedia di finta pelle non si curava nemmeno di quale ora fosse. Non gli interessava. Che fosse mattina presto o sera tardi non faceva la ben che minima differenza. Persino l’uscire sembrava essere diventato un inutile peso da evitare. Come se il tempo speso lontano da un pc fosse tempo perso. Un modo di pensarla che sapeva non essere solo suo. Anche gli altri, quei pochi con i quali aveva intavolato relazioni che virtuali non erano, avevano le sue stesse abitudini. Una conseguenza che gli aveva fatto credere di non essere in errore. Lo stesso valeva per migliorare la propria immagine virtuale. Tutto ciò che doveva essere fatto per sembrare interessanti agli occhi degli altri. Le regole sembravano semplici. Belle foto. Link carini da commentare. Sforzarsi di essere simpatico e disponibile. Non c’era altro da sapere per migliorare il proprio status social-virtuale. E lui questo lo sapeva bene. Altrimenti non avrebbe trascorso interi giorni sforzandosi di commentare nel modo che gli sembrava più opportuno immagini e commenti di persone di cui a stento ricorderebbe i nomi. Se solo non fossero scritti li, in bella mostra, sotto foto sorridenti che avrebbero ben poco per cui sorridere. Un tempo non l’avrebbe pensata cosi. Un tempo in cui non si sarebbe lasciato trasportare da qualcosa solo perché qualcun altro la considerava di moda. Quei tempi erano passati. Lui era cambiato e null’altro aveva alcune importanza. Ma non chiamatela dipendenza.