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Storia di Micorsoft – Paul Allen la racconta su Vanity Fair

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In occasione dell’uscita di un suo libro intitolato “idea Man” Paul Allen cofondatore di Micorsoft ed ex nome di punta della società decide di rilasciare un intervista su Vanity Fair raccontando il suo di punto di vista su una delle società più importanti e che più hanno influenzato il mondo negli ultimi venti anni. Per capire meglio il personaggio però bisogna conoscere in primis ciò che ha causato la rottura con l’altro cofondatore di Microsoft, il ben più conosciuto Bill Gates. Da quanto traspare dalle parole di Allen infatti si intuisce un certo astio nei confronti del suo ex socio attribuendo a se stesso la gran parte delle idee migliori che ha potuto vantare la Micorosoft, idee che al contrario non gli sono state riconosciute, sempre a suo dire, all’interno dell’azienda. E proprio questo fu uno dei motivi che lo spinsero nel 2000 a lasciare il CdA di Microsoft, limitandosi a restare azionista di punta della società. E’ appunto sul rapporto con l’ex amico\collega Gates su cui Allen pone l’evidenza, soffermandosi sugli anni in cui entrambi erano studenti universitari e i successivi dissidi creativi che ne hanno causato l’allontanamento. Questa sembra una di quelle storie già scritte. Come Zuckemberg e Saverin con Facebook, come Steve Wozniak e Steve Jobs con Apple. Sembra proprio che siano le grandi idee e i relativi guadagni con le stesse a rovinare i migliori rapporti d’amicizia. Dopotutto gli uomini anche se geni restano sempre uomini. Il successo è un’amante egoista e feroce. Nessuno se ne sottrae.

Di seguito riportiamo alcuni stralci dell’intervista di Paul Allen su Vanity Fair

Mentre andavo a lezione di matematica nella McAllister Hall, mi fermai a dare un’occhiata. Più mi avvicinavo allo stanzino, più il ticchettio diventava forte. Aprii la porta e trovai tre ragazzi stipati dentro. C’era una libreria e una scrivania coperta di manuali, fogli di appunti, brandelli di nastro adesivo ovunque. Gli studenti erano tutti attorno a una macchina da scrivere elettrica cresciuta troppo, montata su un piedistallo di alluminio: una telescrivente modello ASR-33 (a invio e ricezione automatica). Era collegata a un GE-635, un mainframe della General Electric situato in un altro ufficio, distante. La telescrivente produceva un fortissimo ticchettio, un ronzio basso misto al rumore che farebbe una mitragliatrice Gatling su carta, e il click-click-ti-click dei tasti di una macchina da scrivere. I muri e il soffitto della stanza erano coperti di sughero bianco per insonorizzarla. Ma malgrado fosse rumorosa e lenta, con un terminale in remoto privo di schermo o soltanto le lettere minuscole, la ASR-33 era comunque lo stato dell’arte. Rimasi di ghiaccio. Sentivo che si potevano fare cose con quella macchina.

Un giorno di quell’autunno vidi questo ragazzino allampanato e lentigginoso, avrà avuto tredici anni, armeggiare nervoso intorno alla telescrivente. Aveva un look un po’ trasandato: un maglione, pantoloni beige e gigantesche saddle shoes. I suoi capelli biondi finivano ovunque. potevi capire tre cose al volo di Bill Gates. Era davvero intelligente. Ma anche davvero competitivo: voleva dimostrarti sempre quanto fosse intelligente. E lo faceva in maniera molto insistente. Dopo averlo incontrato quella prima volta, lo ritrovai nello stanzino. Molto spesso eravamo gli unici due da quelle parti. Bill arrivava da una famiglia particolarmente benestante, persino per gli standard di Lakeside (…) ricordo la prima volta che andai nella loro casa, era enorme, era piuttosto impressionante. I suoi genitori erano abbonati a Fortune, e Bill lo consultava religiosamente. Un giorno mi mostrò uno dei numeri speciali dicendo “Come pensi che sia essere a capo di una delle società nella Fortune 500?” gli dissi che non ne avevo idea. “Forse avremo una società nostra un giorno”. Aveva tredici anni.

Bill capì che avevamo bisogno di qualcuno che lo aiutasse nella parte business, così come io mi occupavo della parte tecnologica. Scelse Steve Ballmer, un suo compagno di Harvard che aveva lavorato al marketing di Procter % Gamble e ora frequentava la business school di Stanford. Bill me lo vendette come un tipo tosto. “È uno molto sveglio, ed è pieno di energie. Ci aiuterà a costruire il business, mi fido di lui”. Avevo incontrato Steve un paio di volte ad Harvard insieme a Bill. La prima volta che ci incontrammo dal vivo, pensai di avere di fronte un agente del KGB. Aveva questi occhi azzurri penetranti, e una genuina ruvidezza nei modi (ma come ebbi modo di notare in seguito, anche un lato più sensibile). Steve non era il tipo che si butta giù subito, ed era essenziale che lo fosse per lavorare con Bill. Nell’aprile del 1980, poco prima di lasciare la città er un viaggio di lavoro, mi accordai con Bill perché gli cedessimo il 5% della società, perché Bill era convinto che Ballmer non avrebbe mai lasciato Stanford senza una quota societaria.

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Scritto da il 01.04.2011 alle 12:44
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