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Non chiamatela dipendenza

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Avrebbe potuto e voluto farne a meno. Eppure eccolo ancora li. Lo schermo del computer illuminava a malapena la stanza in cui a stento si intravedevano le linee dell’arredamento. Lui era li, seduto alla sua scrivania, il volto come al solito rivolto allo schermo. Come in attesa di qualcosa che tardava ad arrivare. Sulla pagina aperta si intervallavano costanti frasi e nomi. Ma sembrava non darne importanza. Tra i nomi si stagliava impietosa una scritta. Facebook. Il sito a cui consapevolmente o meno aveva donato molte delle sue ore. La stessa consapevolezza che gli impediva di abbandonarlo. Aveva diciannove anni e gli sembrava di non aver vissuto abbastanza. Una di quelle sensazioni che sembrava appartenere alla gran parte dei suoi coetanei, semmai si fosse limitato a chiederlo. Ma il parlare gli sembrava sopravvalutato. Che senso poteva avere chiedere a qualcuno qualcosa quando di lui potevi sapere tutto leggendo la sua bacheca. Allora gli pareva la scelta più ovvia. Quella più sicura. E probabilmente quella più indolore. Si era così assuefatto a quel modo di intendere le relazioni sociali che anche volendo non avrebbe saputo cosa cambiare. Quando qualcosa prende piede nella tua vita in modo così intimo e profondo abbandonarla diventa impossibile. Come un cancro. Sarebbero state queste le sue parole se solo lo avesse capito in tempo. Ma era ancora li, davanti al suo schermo in attesa di commentare l’ennesimo video di qualcuno che nella sua lista risultava come amico ma che di amico non aveva neanche i contorni sfumati. Una costatazione a cui non aveva mai fatto caso. Quando il tuo unico desiderio è un indiscriminato aumento della popolarità sociale è inevitabile perdere di vista ciò che vuoi davvero. Gli amici sul sito erano milleduecentotrentadue. Un numero che non voleva dire nulla. Se si fosse fermato a pensare forse l’avrebbe capito, ma non quel giorno. Contattava alcune ragazze. Alcune gli rispondevano, altre no. Erano sempre le meno carine a dargli importanza. La legge della giungla applicata alla vita sociale. Non il più forte che mangia il più debole. È il più bello che annienta il più brutto. Verità che aveva sempre negato per paura di sentirsi peggiore di quello che era. Come tutti del resto.
Per questo preferiva come molti vivere nel suo mondo. Nel suo mondo no, non poteva farsi male. Li era tutto perfetto, gli amici erano amici, i commenti divertenti, il tempo ben speso. False verità a cui si era piacevolmente assuefatto. Seduto sulla sua sedia di finta pelle non si curava nemmeno di quale ora fosse. Non gli interessava. Che fosse mattina presto o sera tardi non faceva la ben che minima differenza. Persino l’uscire sembrava essere diventato un inutile peso da evitare. Come se il tempo speso lontano da un pc fosse tempo perso. Un modo di pensarla che sapeva non essere solo suo. Anche gli altri, quei pochi con i quali aveva intavolato relazioni che virtuali non erano, avevano le sue stesse abitudini. Una conseguenza che gli aveva fatto credere di non essere in errore. Lo stesso valeva per migliorare la propria immagine virtuale. Tutto ciò che doveva essere fatto per sembrare interessanti agli occhi degli altri. Le regole sembravano semplici. Belle foto. Link carini da commentare. Sforzarsi di essere simpatico e disponibile. Non c’era altro da sapere per migliorare il proprio status social-virtuale. E lui questo lo sapeva bene. Altrimenti non avrebbe trascorso interi giorni sforzandosi di commentare nel modo che gli sembrava più opportuno immagini e commenti di persone di cui a stento ricorderebbe i nomi. Se solo non fossero scritti li, in bella mostra, sotto foto sorridenti che avrebbero ben poco per cui sorridere. Un tempo non l’avrebbe pensata cosi. Un tempo in cui non si sarebbe lasciato trasportare da qualcosa solo perché qualcun altro la considerava di moda. Quei tempi erano passati. Lui era cambiato e null’altro aveva alcune importanza. Ma non chiamatela dipendenza.

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Scritto da il 26.03.2011 alle 20:06
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