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L’amore al tempo di Facebook – resoconti più o meno piacevoli

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“continuamente gira in tondo la gente che incostante ricerca nel vago l’illusione di un sentimento che fugace non appartiene a ciò che sembra desiderato”

Social dating. Fino a pochi anni fa la comandavano loro quando si trattava di conoscenze più o meno probabili in ambito virtuale. Chat. Semplici chat o poco più. Immensi baracconi virtuali in cui molti davano libero sfogo ai loro sogni repressi o alle perversioni insoddisfatte. Un luogo franco lontano da tutto in cui spadroneggiava l’anonimato. Poi venne Facebook con il suo carico di verità sputate in faccia con fin troppa incurante nonchalance. Addio all’anonimato. Addio a quella parvenza di libertà che il virtuale regalava. Ed è per quaesto che anche l’amore virtuale con l’avvento dei social network si è con naturale consequenzialità modificato. E’ stato costretto a farlo. Anche se il termine amore probabilmente risulta inappropriato. Considerando il territorio italiano in questi tre anni Facebook è stato forse lo strumento principe che ha permesso il nascere di nuove e potenziali coppie nonostante non fosse nato per il puro dating. I motivi sembrano fin troppo ovvi. Due persone si conoscono nella vita reale. Si piacciono. Si scambiano i contatti. Ed è solo da li che può considerarsi l’inizio seppur allo stato embrionale della conoscenza. Perchè al di là di tutto Facebook rappresenta una sorta di vetrina per mettersi in mostra in attesa di attirar le altrui attenzioni. Cosi come ci si scambia i contatti, che poi sarebbero niente di più, niente di meno dei propri nomi e cognomi, cosi si inizia a conoscersi non nel reale che paradossalmente rappresenta esso stesso solo la scintilla, l’inizio, attraverso cui il virtuale può palesare la propria funzione. Corteggiamento. Fingersi interessati. Fingersi simpatici a dispetto di una simpatia che non si possiede. Queste ed altre saranno le tattiche di chi attraverso Facebook cercherà di ampliare una conoscenza che definendo sentimentale si rischierebbe solo di cadere in una trappola retorica fin troppo abusata. In questo non aiutano le statistiche. Per quanto siano loro stesse con il loro bagaglio di numeri su numeri a limitarsi a descrivere solo superficialmente una realtà i cui risolti e le cui contraddizioni non possono limitarsi a dei meri numerini e a pallide percentuali. La definiscono “epidemia sociale” forse perchè si sviluppa cosi facilmente anche se è proprio il termine epidemia a dover far riflettere. Epidemia. Contagio. Malattia. Tutti sostantivi che non denotano nulla che possa essere anche aprioristicamente considerato in modo positivo perchè del resto se ci si libera dai parametri sociologici di cui ricerche simili abbondano ci si rende conto che non si ha nulla per cui sorridere. Fare ciò che fanno tutti come può essere considerato giusto? Individualismo massificato. Illudersi di essere unici facendo quello che fanno tutti fino al punto di abiurare se stessi pur di raggiungere l’agogniata felicità. E’ quello il momento stesso in cui si capisce di aver bisogno di altro.
Sarò io ad essere fin troppo catastrofista ma si rischia nel considerare questo tipo di approccio giusto solo perchè sono tutti a farlo. Come se non esistesse un altro modo. O come se non si volesse neanche conoscerlo. Il tempo da, il tempo prende, basta solo aspettare lungo la riva di un fiume.

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Scritto da il 10.06.2011 alle 19:32
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