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Facebook La Storia – il libro su Zuckerberg tra verità ed eccessivo ottimismo

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Recentemente è uscito anche in Italia dal titolo “Facebook la storia” il libro-documentario sul social network più potente al mondo e le gesta che hanno portato il suo fondatore Mark Zuckerberg a divenire il più giovane miliardario al mondo. A scriverlo è David Kirkpatrick, giornalista ed editor di Fortune Magazine, che ha avuto modo, per poter ottenere una documentazione quanto più veritiera e dettagliata possibile, di intervistare i vertici dell’azienda Californiana. Il libro è il risultato di quelle interviste. Il giornalista fin dalle prime uscite pubbliche per la presentazione della sua opera ha tenuto a distanziarsi quanto più possibile dal libro e dal susseguente film “the social network” imputando ad entrambi una scarsa verosimiglianza verso gli eventi reali, una finzione dettata più che altro dalla voglia di incuriosire e scioccare che da eventi realmente accaduti. Il libro si concentra in modo pressochè monotematico sulla figura di Zuckerberg cercando di carpirne i segreti, le idee e gli stimoli che l’hanno portato attraverso la sua creatura a reinventare il concetto stesso di socialità. Un tour de force in cui il giornalista per bocca del CEO ci illustra cosa ha portato alla creazione della piattaforma sociale e le aspettative per il futuro.

Di seguito l’intervista rilasciata del Corriere della Sera all’autore, David Kirkpatrick.

Personalmente non avendo letto il libro e non avendo del resto intenzione di leggerlo di norma non dovrei pronunciarmi al riguardo ma da quello che traspare, dalla copertina fino alle parole stesse dell’autore, il libro anche se impregnato di un’attività giornalistica quanto mai notevole e documentatasembra più un maldestro tentativo di ridare smalto all’immagine dello stesso Zuckerberg agli occhi del mondo. Sembra quasi ci venga presentato più perfetto di quello che dovrebbe essere. Un sognatore. Un bravo ragazzo. Uno che ha cambiato il mondo. Ma al di là degli effettivi ed indubbi meriti di Zuckerberg penso che un’attività giornalistica debba cercar quantomeno di analizzare un fenomeno a 360 gradi e non limitarsi all’ascolto di una singola voce, che per quanto autorevole possa essere, darà per forza di cose una visione della realtà quanto mai irrealmente soggettiva. Come dichiarato dallo stesso autore è solo Zuckerberg al centro del libro, nessun altro, e per quanto sia suo il merito maggiore non sarebbe dovuta essere solo la sua di voce ad essere ascoltata. Mi da l’impressione che con questo libro lo si voglia dipingere come un genio visionario del ventunesimo secolo cercando di sovrapporre questa all’immagine ben più forte del film di Fincher che lo ritraeva come un vittimistico cinico asociale e arrivista. Anche in questo caso la verità con tutta probabilità sta nel mezzo.

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Scritto da il 31.05.2011 alle 23:51
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