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Facebook e le sue false speranze

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In un mondo che corre sempre più forte è inevitabile restare indietro. Fin troppo semplice. Pensando a Facebook si è soliti decantarne le false lodi, su i suoi vantaggi comunicativi, sulle sue doti sociali, forse perchè si pensa che se si si giri a guardar altrove i lati negativi scompaiano. Solo gli illusi o gli ingenui la pensano cosi. Un fenomeno di grandi dimensioni porta sempre con sè numerose conseguenze. E dei pregi i difetti hanno solo il ricordo. In questo Facebook tristemente non fa eccezione. Troppo spesso considerato anche indirettamente come metro di giudizio della propria immaginifica vita sociale. Come se il numero di persone che si aggiungono fossero davvero “amici”. Amico, un termine fin troppo abusato da generazioni ancora schiave di latte materno per indicare qualcosa che dovrebbe essere e non è. Specchio deformato di un irrisorio presente a cui inutilmente ci si aggrappa con le unghie e con i denti. Prolungando solo l’agonia. Tutti fattori sintomatici di uno svuotamento morale a tratti allarmante, sintomo implicito di una società assuefatta e stanca dalla dissoluzione di se stessa.
Un’analisi psico-sociale porterebbe inevitabilmente a considerare l’abuso indiretto di un social network come sintomo di un tacito dissenso esistenziale, cosa che si palesa anche nel silenzio di quattro mura. Vuoto e perdizione come figli della stessa madre bastarda da cui non si ha voglia di separarsi per paura che la vita, quella vera, sia solo l’ennesimo costrutto di un desiderio al quale non si può ambire. Come gli amici di facebook, non quelli veri, quelli a cui dedichi il tempo al buio di una stanza immaginando ciò che non è, alle condivisioni di ciò che al mondo distratto non interessa, o a falsi interessi messi li in bella mostra come carne rancida da un macellaio incapace. E’ l’attesa che uccide, l’attesa della vita, di quella che virtuale non è ma che nel virtuale trova il reale a farne da contrappasso, come figlia di una dantesca prova in attesa di redenzione. Ed è nella stessa attesa che il peccato trova la sua ragion d’essere, ancora ed ancora, attendendo che anche altri di una indispensabile inutilità siano in balia.

“pensavi di poter essere un fantasma
pensavi di poter essere un fantasma
non hai ottenuto il Paradiso
ma ci sei andato vicino
non hai ottenuto il Paradiso
ma ci sei andato vicino”

Coldplay – 42

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Scritto da il 24.03.2011 alle 19:25
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1 Commento

  • …un po’ contorto il discorso, ma in sintesi è vero: la frenesia della vita di tutti i giorni, l’idea di avere tramite internet tutto il mondo in mano (e soprattutto di poterlo controllare) senza alzare il sedere dalla sedia, ci sta facendo perdere il senso della realtà, portandoci a un ossessivo desiderio del “tutto e subito” che fa crollare inevitabilmente i rapporti umani in quanto questi ultimi, per natura, per poter capire se vale la pena consolidarli o no, ci vuole tempo e condivisione di vita vissuta, che poco ha a che vedere con la condivisione di scritte e immagini su un sito web.
    Io purtroppo ho vissuto per 8 anni l’incubo della dipendenza da relazioni sul web, mi sono attaccata alle chat ancora quando non esisteva facebook ed in effetti mi avevano dato l’illusione di poter essere diversa da quello che ero però poi la realtà s’è mostrata nel bene e nel male per come è.
    Ora riesco a prendere siti e social network per ciò che sono, anzi, a dire la verità mi sta altamente antipatico il fatto che facebook chiama “amici” quelli che in realtà sono soltanto elementi di una lista di contatti.
    “ti aiuta a ritrovare le persone della tua infanzia”… sì, certo, come no! E’ altrettanto un’illusione quella di presumere che una persona possa riprendere un rapporto umano da dove l’aveva interrotto vent’anni prima, nonostante non essersi più sentiti né visti per un ventennio.
    Certo può accadere, sì. Nei rapporti umani non ci sono regole fisse, ma sono casi davvero rarissimi.

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